miércoles, agosto 01, 2007

Che cosa è l’amore? Che cosa è il destino? È tutto il destino?

È proprio così, siamo due sconosciuti incontrati per caso in una stazione. Ci possiamo amare subito? Senza domande? Senza parole? E che cosa è l’amore? Se non per tutta la vita, serve anche per un attimo veloce? Per un battito di ciglia? I soliti “Ti Voglio Bene” sono anche parole vuote? E siamo come gocce d’acqua, come lacrime di cuore; dolce, salate, fredde, incolore. Ed è tutto il destino?

Che cosa è il destino? Che cosa è l’amore?

Passo la sera aspettando una voce, aspetto e aspetto e arriva la notte. Nella lontananza la mancanza si fa distanza. Ma che distanza? La distanza che fa dimenticare, la distanza che raffredda, la distanza che punge, che ferisce, che affetta, e sono sempre lontana...

E spunta quell’amico, quello che non molla, quello che ascolta, che capisce, che conforta. Quello che ha sempre presente le date, le cose importanti, sia d’inverno che d’estate. E suona il telefono, ma è sempre l’amico, emozioni frustrate e a lui glielo dico. Mi chiama ogni sera, “Buonanotte, sogni d’oro. Non essere triste, io ti voglio bene tesoro”. Ma io non lo sogno, perchè non lo amo. Le sue parole si fanno lunghe e subito ci salutiamo. E aspetto e aspetto e si fanno le tre, e a ogni secondo ho più bisogno di te. Volto il mio cuscino, giro le lenzuola e continuo ad aspettare una sola tua parola.

Arriva il giorno e un’altra volta c’è una voce che mi sveglia dal sonno. È ancora l’amico che si fa eterno e non riesce a svegliare le mie farfalle dentro. Quello lo fai tu, con il tuo silenzio. Ma lui c’è sempre vicino, presente, e tu invece… niente.

Come si fa ad avere un rapporto con il telefono se questo non squilla mai? Come faccio a fidarmi d’una voce lontana, dispersa? Mi farai soffrire? Stavolta sarà diversa?

E ancora aspetto, e sogno, e aspetto..

E che cosa è l’amore? Che cosa è il destino? È tutto il destino?


jueves, julio 19, 2007

Soffi d'aria

Soffia il vento e tutto muove
foglie, capelli, lettere d'amore.
Soffia il vento e niente resta
né baci, né parole, né i pensieri in testa.

viernes, mayo 04, 2007

Libertà vs. tolleranza

Tempo fa stavo cercando il significato di alcune parole sul dizionario ed ho scoperto che sono razzista. A dire il vero tutti siamo un po’ razzisti. Secondo il dizionario della RAE, razzista è una persona che ingrandisce il senso razziale d’un gruppo etnico, specie quando questo gruppo condivide spazio con altri gruppi. Perciò, il razzismo non è sbagliato, ma tutt’altro. Il razzismo permette di fare uno studio ed una descrizione antropologica delle razze e dei paesi. Il razzismo permette di fare verifiche dei progressi di certi gruppi e l’inattività di altri. Chè c’è di sbagliato nell’ingrandire e plaudire i progressi ? Il colore è soltanto una scusa facile per menti sciocche. E di sciocchi ne è pieno il mondo.

Ed è per questa ragione che mi chiamo razzista, perchè io discrimino quel gruppo etnico che fa distinzioni per il colore della pelle. Il razzismo possiede soltanto un senso negativo quando la cattiveria umana è presente e vuole imporre per forza quel pensiero razziale.

Ogni nazione tifa per la loro squadra di calcio e non vengono chiamate razziste.

- É normale tifare per la propria squadra-.

Se tuo figlio disputa una gara insieme ad altri bambini della sua età, gli altri genitori non si arrabbiano con te solo perchè tifi per tuo figlio.

- È normale, è mio figlio-.

Ma se ingrandisci il senso razziale del tuo gruppo etnico piovono gli insulti del nuvolone sociale che è il gruppo dei non-razzisti con la loro massima “libertà e tolleranza”.

Queste due parole sono completamente contrarie. Non esiste libertà con tolleranza. Il ragazzo della Sierra Leone che scappa dalla morte e percorre un deserto, scavalca frontiere di sei metri rischiando la vita senza fregarsene delle ossa rotte e della carne sanguinante. Arriva in Spagna e trova un male minore, il razzismo. Secondo me il razzismo fa più male ai “non-razzisti” che al ragazzo della Sierra Leone.

Per questo, da qualche tempo, i “non-razzisti” pronunciano queste due parole in tutti i telegiornali, dibattiti, leggi, ecc. “Libertà e tolleranza”, unite per una congiunzione. Un’unione che io vorrei far sparire, così le due parole ognuna lontana dall’altra, riottengano il loro vero significato.

Ancora con il dizionario tra le mani ho scoperto che tolleranza significa:

1. Soffrire, subire con pazienza.

2. Permettere una cosa illegale senza esprimerlo pubblicamente.

Nello stesso modo in cui un padre tolleri che suo figlio di cinque anni lo sgridi, o che un ragazzo tolleri che i suoi amici ridano di lui per essere più fighi, o nello stesso modo in cui una donna tollera mille soprusi da suo marito, il razzista che non vuole essere chiamato razzista chiama a se stesso “tollerante”.

Tolleranza è la parola più razzista che conosco, perché tollerare significa sopportare gli altri. I “non-razzisti” si chiamano tolleranti, cioè, che sopportano. Sopportare è una parola negativa ed ha un certo odio o disturbo verso gli altri. Per questa ragione la parola tollerante è negativa a sua volta.

Dire “io sono tollerante” è uguale a dire “io tollero i neri, i cinesi, gli indiani…” e così si fanno distinzioni. Quando si parla di bianchi non si dice tollerante, anche se tante volte dobbiamo sopportare i vicini fastidiosi, figli maleducati, mamme pesanti… ma non li mettiamo nel sacco della tolleranza perché sono “cosa nostra”. Ho amici cinesi. Non so per quale stupida ragione gli spagnoli chiamano le femmine d’origine cinese “chinitas”. Questa parola le fa arrabbiare, e capisco perchè. Sicuramente un nero del Senegal si arrabbia se viene chiamato “negrito”, così anche il figlio del nostro vicino Manolo, quello che viaggia così tanto, si arrabbierebbe se a Marrakech un arabo dicesse al suo bambino che è uno spagnolito molto buffo.

Abbiamo due opzioni; imitare i polpi e i camaleonti e dipingere noi stessi dello stesso colore del gruppo razziale dominante, o andare avanti realmente e dimostrare che siamo veramente razzisti perchè discriminiamo quelli che non hanno capito ancora che la pelle è solo una buccia e che la cosa più importante è dentro alle persone.

Per tutto questo ripeto ancora che sarò razzista finchè non ci sarà diversità invece di uguaglianza, finchè non ci sarà integrazione invece di tolleranza. Perché integrare significa completare un tutto con delle parti che mancano, ed è proprio quello, siamo un puzzle, ma alcuni bambini cattivi hanno scambiato i pezzi.

Nonostante tutto mi piace pensare che alla fine arriverà la loro mamma, quella mamma pesante che tutti tolleriamo, e gli dirà che il puzzle gli appartiene e gli chiederà di curare i pezzi perché ogni pezzo fa parte d’un tutto e senza di esso il tutto rimane incompleto.

miércoles, mayo 02, 2007

Falco a metà

Come compito per la scuola di lingue dovevo parlare dell’Italia, la sua musica, della sua arte, l’atmosfera, la gente, la cultura. Ma ogni volta che voglio parlare di qualcosa mi vengono in mente canzoni italiane. Ed è per questo che voglio fare un paragone tra una canzone italiana ed una storia reale che potrebbe capitare in qualche città, in qualche paese. Perchè le canzoni italiane hanno questa magia speciale, come questa che segue:


Falco A Metà
Sono seduto su un grattacielo
vedo gli aerei passare
poi guardo giù voglio saltare
voglio imparare a volare

E allora volo via
siamo in viaggio io e la mente mia
guardami ho già spiccato il volo
ed ora sono proprio sopra casa tua
il falco va senza catene
fugge gli sguardi sa che conviene
e indifferente sorvola già
tutte le accuse, boschi e città
Io che sono falco
falco a metà

Son di nuovo sul grattacielo
ed ho imparato a volare
se guardo giù quello che vedo
ora è la gente passare
e chissà se questo è
il segreto per vivere con me
seduto su un grattacielo devo stare
in alto come un falco
per non farmi catturare

Ma il falco va senza catene
fugge agli sguardi sa che conviene
e indifferente sorvola già
tutte le accuse, boschi e città

And so my friends
libera le ali ogni anima le ha
rubale alla libertà
il falco va senza catene
fugge agli sguardi sa che conviene
e indifferente sorvola già

tutte le accuse, boschi e città
io che son falco
falco a metà


Stavo pensando a cosa scrivere per il compito mentre ascoltavo della musica italiana. Non riuscivo a pensare ad altro che ad una storia bellissima e molto triste. Ha a che fare con l’Italia, ma anche con il resto del mondo. E alla fine cosa sarebbe il mondo se non esistesse la musica? Questo compito comincia così:

A volte, nella vita ci sono sfide.

A volte, l’età di chi lotta non è quella giusta.

A volte, è il momento quello sbagliato.

A volte, il problema è troppo complicato.

E altre volte, è la società che non vuole capire il vero senso delle cose.

Giustamente come succede in questa canzone, e come succede tante volte nella vita normale. Ci sono leggi fatte da chi non conosce il mondo. Ci sono leggi che vengono imposte per gente che non cresce, gente che si ferma ad un tempo e non vuole aprirsi ai cambiamenti.

"Falco A Metà" esprime il desiderio di essere se stessi in una società che tarpa frequentemente le ali. Ma se questo mondo limita la nostra personalità, è meglio trovare un'altra meta, o magari un’altra metà.

L’amore è il sentimento più bello nel mondo. Si può sentire amore per un padre, e si chiama amore paterno, i genitori sentono amore per i figli, e si chiama amore filiale. C’è anche un amore verso gli animali, le piante, il pianeta, i vicini, gli amici....

Ma fra di tutti c’è un amore speciale, un amore che ti fa sentire delle cose che non ti fanno sentire gli altri amori. Parlo d’un amore che mescola amicizia, timidezza, segreti, pensieri unici mai avuti per un’altra persona, e soprattutto, la cosa che differenza questo amore di tutti gli altri è un forte sentimento di possessione.

È giusto ciò che è succeso a due ragazzini, Søren e Giovanna.

Søren è danese e figlio di un pastore testimone di Geova. Lui abitava con la sua famiglia in qualche parte in un paese italiano, ma nessuno dei suoi amici sapeva esattamente dove. I suoi genitori non gli permettevono di assitere alle feste, né alle gite in montagna che organizzava la scuola. Søren non poteva assistere ai balli né poteva andare dai suoi amici perchè la sua famiglia gli aveva sempre detto che era peccato.

Søren, nella sua gioventù, non capiva perchè i suoi amici potessero divertirsi e andare alle feste e lui invece dovesse restare a casa. Però non era un problema troppo grande per lui. Almeno prima di tutta questa storia.

Un giorno Søren entrò in classe e salutò Giovanna, e qualcosa dentro di lui fece che le sue mani tremassero. Perché?? Giovanna quel giorno sembrava diversa, era... bella!!??

Sì, quel ragazzo di 16 anni aveva trovato bella una ragazzina di solo 12 anni.

- Ma com’è possibile?? Se lei è più piccola di me... Ma è così tenera.... Ma no!! E poi, è anche cattolica!!!

Søren quella notte non dormì. Nella sua testa giravano soltanto due cose: Giovanna, e la faccia arrabbiata di suo padre. Ma il pensiero di Giovanna era più forte.

Allora Søren, decise di dare retta ai suoi bisogni di parlare con lei. La mattina dopo, approfittando d’un momento di tranquillità nei corridoi della scuola chiamò Giovanna e le chiese di uscire insieme. Fu un successo!! Lei disse di sì e diventarono una coppia. Ma, una coppia strana, perchè non andavano mai nei soliti posti dove vanno i ragazzi. Lui la portava al mare, al porto, al fiume, facevano lunghe passeggiate in bicicletta... Giovanna moriva dalla felicità. Søren non era uno come tanti, ma era “Lui”!! Quello che aspettava sin da piccola. Eh sì, anche se aveva 12 anni Giovanna aveva sognato il suo principe azzurro tutta la vita... dagli otto anni fino gli undici aveva avuto un “ragazzo”, ma questo bambino non era il tipo di ragazzo ideale, nel senso che anche se lui la voleva bene era troppo piccolo per capire i pensieri di Giovanna.

Søren, invece, sapeva molte cose della vita e aveva tanti begli obbietivi per il futuro, nel quale Giovanna era il centro di tutto. Ma, un giorno, Søren suonò il campanello di casa di Giovanna e le chiesse di scendere per parlare.

Se ne andava. I suoi genitori tornavano in Danimarca e lui doveva accompagnarli. Neanche un bacio sulla guancia... soltanto un addio ed un’ombra di tristezza sul viso.

Il falco fu ancora catturato. Tarparono le sue ali quando sembrava che tutto stesse cambiando, che lui stesse cambiando, che la sua famiglia stesse cambiando. Invece no. Se ne andò.

“e indifferente sorvola già tutte le accuse, boschi e città

Io che sono falco, falco a metà”

Aveva davvero sorvolato le accuse, soprattutto quelle di suo padre, ma ancora era un falco a metà.

“libera le ali, ogni anima le ha, rubale alla libertà”

Dopo due anni Søren tornò, la cercò e la trovò, ma lei aveva decisso di non soffrire più e le disse addio per sempre. Dodici anni dopo ho sentito dire che Giovanna a volte pensa ancora a lui e le manca. Quante volte ha preso carta e penna e poi ha buttato la pallina di carta nel cestino. Cosa c’è scritto in tutte quelle palline di carta...?

“Scusa ma io ero troppo piccola e tu troppo impegnato.”

“e chissà se questo è

il segreto per vivere con me

seduto su un grattacielo devo stare

in alto come un falco per non farmi catturare”

Ormai il falco trascende le leggi del mondo reale. Non esiste uomo in grado di minacciarlo. È impossibile che qualcuno ci riesca. Ma chissà se è già troppo tardi.

martes, mayo 01, 2007

Pioggia

Piove. Mille lacrime scintillano sul vetro della finestra della mia camera. Tra le tende quasi trasparenti, intravedo una scena che si ripete ogni minuto, ogni secondo. Una donna vestita di nero è seduta sotto una grande quercia. I capelli grigi celano gli occhi, il suo sguardo è vuoto.

Guardo un'altra volta dalla finestra. Piove ancora. Non ci sono uccelli. Nessun canto libero. E tutto sembra finito, devastato. Vicino all’albero c’è una croce di legno in cui la scritta di un nome maschile lotta contro il passare del tempo. La pioggia e il freddo lo hanno segnato, come il viso della donna che non smette di piangerlo.

Continua a piovere. L'acqua suona un triste motivo, monotono e continuo, quando colpisce le foglie morte, che giacciono sotto la quercia, inermi sull'erba bagnata. Accompagnano il dolce lamento che accarezza instacabilmente le labbra dell'anziana donna che è sempre seduta sotto il grande albero, con il suo vestito nero, con lo sguardo vuoto. E passano le ore, i giorni, gli anni. E ancora piove.

Un nuovo giorno è arrivato come ogni altro. Dalla finestra della mia stanza riesco a vedere la grande quercia e un filo di sole filtra timidamente tra i rami del vecchio albero e illumina la croce di legno. È un mattino particolare e un uccellino comincia a cinguettare allegremente. La donna non c’è più. Ha smesso di piovere e nel cielo ci sono due persone che si abbracciano e volano.

Volere

Vorrei scrivere qualcosa in italiano

Proprio stasera che ho voglia di te.

Vorrei dirti tante volte che ti amo

Anche se solo una fosse vera vorrei.

Vorrei sentirti dire ogni tanto che ti manco

E che non riesci a vivere senza di me.

Vorrei avere più vicina la tua mano

Quella che cerco e purtroppo non c’è..

lunes, abril 16, 2007

sábado, febrero 03, 2007

Palabras

Palabras lindas, palabras locas
palabritas, palabrotas.
Palabras de niña, palabras de vieja
palabrillas, palabrejas.

martes, noviembre 07, 2006

Escaparate

Es divertido ver lo que hay detrás del cristal de un escaparate. Nunca sabes qué vas a encontrar. Miles de formas, colores, objetos. Vestimentas que combinan con las hojas de los árboles. Diferentes razas, distintas nacionalidades, todas husmeando por cada esquina de cada comercio.

Hoy he visto cómo alguien se acercaba olisqueando por los escaparates. Venía acompañado de un extraño animal; no tenía bigotes, era grandote y no muy peludo, tenía calvas y se le veía la mayor parte de la piel, y además le salía humo por la boca. Estaría enfermo. De repente se acercó al cristal y comenzó a mover sus patas y a golpearlo. Gemía y chillaba tratando de llamar la atención. Daba miedo. El animalito entró en la tienda, se acercó a mí y me agarró con sus zarpas llenas de anillos… Luego me llamaron y desperté.

- ¡¡Toby, vamos a la calle!!

lunes, noviembre 06, 2006

Niña nueva (中国欢迎您)

- ¡Mamá hay una niña nueva en mi clase! Tiene los ojos extraños y su pelo es muy raro.

Será extranjera.

- Mamá, mamá, la niña nueva no sabe escribir y en vez de letras hace garabatos.

Como somos pocos…

- Mamá, los niños del colegio la miran mal, se tocan los ojos y se ríen de ella.

Si se hubiese quedado en su país seguro que eso no le ocurría…

- Mamá, la seño dice que viene de muy lejos porque en su país no hay mucho trabajo.

El mismo cuento de siempre, sólo vienen a robarnos los empleos…

- Mamá, mamá…

- ¡Venga Qing Hua, a la cama, que mañana tienes que estudiar!

domingo, noviembre 05, 2006

Pangrama

Washington estaba sentado en su sillón, bebiendo whisky con fervor, y qué extraño acertijo leían a media luz sus empañados ojos.

A su lado los niños formaban jaleo con un balón que habían comprado en el kiosco de Wenceslao, y al momento les exigió que volvieran al zaguán.

- Esta exudación no se debe a mi whisky… ¡Niños, Aurelio, Eulogia, Gualterio! ¡Qué teutónica educación! Mosdisquear así esa preciosura de orquídea y dejarla cual reumático y quebradizo patituerto. ¡Qué bufonería escorbútica! ¡Qué sublevación!

- Abuelito, beber whisky por la mañana afloja vergonzosamente al que se excede…

Y con esta conseguida argumentación, Washington dio por zanjada la conversación, pues el niño consiguió que su abuelito, con gran exultación, descubriera que no era el whisky el culpable de su extrañeza ante aquel rompecabezas, sino su centrifugación.

viernes, noviembre 03, 2006

Nieblas de invierno

Llegan los fríos y la ciudad vuelve a cubrirse de niebla. Aromas intensos de invierno. La gente pasea por la ciudad. Qué valor con el frío que hace.

Llueve sobre los tejados. Menos mal que aquí sentada al lado del fuego se está muy bien. Más y más personas. ¿Por qué la gente no se queda en casa?

Desde los cristales de mis gafas las luces de invierno siempre se ven turbias, nubladas; mientras que de las bocas de las personas sale ese inconfundible vaho, cálido y dulzón. En invierno todo es vapor.

Ahora las gotas de lluvia saltan en los charcos con más intensidad. Mis huesos reumáticos no aguantarían ese frío. Qué loco hay que estar para salir de casa…

- Un cartucho de castañas, por favor.

- Sí, como no…

jueves, noviembre 02, 2006

Cita a ciegas

- A las siete en el viejo roble del parque. Llevaré una flor en la solapa.

Su voz sonaba tan dulce al teléfono que lo imaginó casi como a un galán del cine italiano, vestido con traje negro, pelo azabache bien engominado, zapatos brillantes, aire sereno y discreto, y con una pequeña rosa en el ojal.

Dieron las siete y no aparecía. Sólo unos niños se divertían viendo un espectáculo callejero. Las siete y media. Nada.

“Se está retrasando...”

Los animadores callejeros ya recogían sus bártulos. A uno de ellos algo lo entretenía. Los compañeros que lo apremiaban. Él que se negaba. Miraba y miraba su reloj de payaso, pero era de plástico.

“Las ocho, me largo”

Al día siguiente la chica volvió al mismo parque y vio una nota en el viejo roble, junto a una flor de payaso: “Te estuve esperando”.

lunes, octubre 02, 2006

¿Te he dicho que te quiero?

Te quiero. A veces lo decimos de forma automática, otras en cambio ni lo hacemos. En ocasiones lo expresamos sin sentirlo y en otras muchas no nos atrevemos ni siquiera a pensarlo. El cariño se puede expresar de muchas maneras, no necesariamente con dos palabras, ni tampoco con grandes hechos. El cariño más preciado es el que ofrecemos cada día, en dosis pequeñas. Como cuando advertimos que nuestra madre se ha cortado el pelo, o cuando ofrecemos ayuda a nuestros hermanos, cuando dedicamos una sonrisa a nuestro padre, o cuando dejamos una rosa en el cabecero de la cama.

En cambio, a veces, resulta muy complicado expresarlo. Como cuando estás en el sofá de tu casa viendo una película americana y en la pantalla aparecen un padre y un hijo abrazándose y diciéndose lo mucho que se quieren después de que éste ha perdonado al chaval por no contarle que había sacado un suficiente raspado en matemáticas.

Tú te encuentras a un metro del tuyo y te revuelves en el asiento, deseando que termine la tierna escenita y con el remordimiento de que el suficiente raspado es tu nota máxima en matemáticas y que si sólo fuera esa la preocupación que le das a tu padre también le abrazarías. La escena se prolonga, empiezas a carraspear y de tanto retener el aliento comienzas a marearte.

Por fin termina la película y te vas a la calle con una sensación amarga y un sentimiento de cobardía que te impide dirigirle la palabra a tu padre y mucho menos pedirle la asignación semanal, porque el americano se la habrá ganado pero tú, con tus notas, tendrías que salir menos y estudiar más. Así que te largas sin decirle a tu padre cuánto lo sientes y lo mucho que lo quieres, con sólo dos euros para pagar tu merienda y la de la parienta y pensando en lo cobarde que eres para expresar tus sentimientos.

Vas caminando por la calle, porque el presupuesto no te llega ni para el autobús, y al girar en una esquina ves que el necio de Alfonso, ese que te cae mal desde primaria, se acaba de encontrar con su madre, la abraza, la besa y hasta le coge las bolsas de la compra. Entonces otro pensamiento-remordimiento ataca tu mente y te sientes fatal porque la última vez que besaste a tu madre fue hace ocho meses, en tu cumpleaños, y fue ella la que te besó a ti.

Llegas al portal del edificio donde vive tu novia y en el escalón encuentras a sus vecinos, dos hermanos de unos dieciocho o veinte años, que conversan amistosamente y se ríen juntos. Y vuelve la punzada a tu cerebro. Machacándote. Recordándote lo cobarde que eres para expresar lo que sientes, y sólo puedes pensar en una larga secuencia de escenas rescatadas de tu memoria en las que estás discutiendo con tu hermano, acusándolo ante tus padres, peleándote a puñetazos con él. Recuerdas sus cicatrices, sus lágrimas, sus enfados y tus desprecios, recuerdas la cantidad de castigos que ha sufrido por tu culpa. No logras encontrar una sola imagen en la que estéis como los vecinos de tu chica, sentados, conversando, compartiendo risas y secretos.

Llega tu novia, la que siempre te reprocha que no eres cariñoso con ella. Su rostro parece diferente, está algo nerviosa, seria. Te dice que tenéis que hablar. Dos horas después vuelves a tu casa con lágrimas en los ojos porque ella te ha dejado. No soportaba más tu falta de caricias, tu indiferencia, tu lejanía.

Las lágrimas no son de cobardía sino de rabia y los quince minutos que te separan de tu casa los dedicas a reflexionar, a proponerte que necesitas cambiar. Es fácil no hacer nada, mantenerse pasivo ante todo, pero así se pierden muchos momentos preciosos en la vida. Deseas llegar a tu casa y abrazar a toda tu familia pidiendo consuelo y amor. Deseas llegar y hacer como el americano, vencer la maldita cobardía y decirles cuánto les quieres, cuánto lo sientes.

Empieza a oscurecer. Sientes un escalofrío por todo el cuerpo y tu paso se hace más ligero. Quieres llegar cuanto antes al calor de tu hogar. Deseas más que nunca disfrutar de los tuyos. El frío se apodera de tu cuerpo con más energía, tus músculos comienzan a entumecerse, tus huesos parecen fina escarcha a punto de romperse. De repente se te eriza la piel. Reflejos rojos, naranjas, azules obnubilan tu mente. Tu cerebro no quiere traducir lo que perciben tus ojos. Una vecina se acerca a ti y con un abrazo te dice lo mucho que lo siente. Y te das cuenta que es demasiado tarde para sentirlo.

Tus padres… Tu hermano… Accidente... Muertos en el acto… Un camión… El conductor… Borracho…

Todo tu mundo ha cambiado en tan solo unas horas. El frío se hace insoportable y parece desgarrar tus entrañas como cuchillas heladas. Ya no hay hogar para fundir ese hielo. Ya no queda nada en tu corazón más que un triste vacío, oscuro y frío. Y vuelves a reflexionar.

Quién sabe si esa película americana fue una señal que te susurraba a gritos que debías reaccionar, que debías vencer tu cobardía. De ese modo quizás hubieses ido con tu familia a merendar, como cuando eras un niño.

Quién sabe si esa película era un mensaje que te aconsejaba comprar una rosa con esos dos euros y sorprender a tu chica con un paseo romántico lleno de abrazos, caricias y besos.

Quién sabe si ese conductor ebrio bebía porque en su hogar nadie reconocía su trabajo, sus hijos lo despreciaban y sólo hablaban con él para discutir o pedir la paga.

Quién sabe si con un poco de valentía para superar esos miedos a expresar lo que sentimos hubiera sucedido todo de otra manera. De ser así el camionero estaría entrando por la puerta de su casa donde su mujer lo recibiría con un beso en los labios y sus hijos lo saludarían con una sonrisa y le preguntarían cómo le había ido el día.

De ser así en este momento estarías merendando con tu familia y con tu chica en lugar de encontrarte una casa vacía.

domingo, septiembre 24, 2006

Hijos de la vida

Desde que tengo uso de razón sueño con tener hijos. Creo que es parte del misterio de la vida. Toda mujer, para sentirse como tal, debe tener un hijo.

Supongo que se trata de una experiencia extraordinaria, sentir cómo tu hijo crece en tu interior, se alimenta de ti. Algunos podrían pensar que es repugnante, como un parásito que llevas en tus entrañas y que vive gracias a esa relación necesaria con su huésped. Pero es algo más, es fruto de tu ser, una parte de ti.

Respeto a las mujeres que optan por no procrear, sin embargo no las entiendo, como tampoco comprendo a los que dicen que prefieren no tener descendencia porque este mundo está demasiado corrompido para dar vida a un ser y exponerlo a los sufrimientos e injusticias propias de la existencia.

No puedo estar de acuerdo con esa filosofía. En mi opinión la vida es un imprevisto maravilloso y el mejor regalo que nos hayan podido hacer jamás. Prohibir la vida a alguien, y más a tu propio vástago, es inmoral, inhumano. Esa elección es sólo propia de los dioses. El milagro de la vida radica en que aunque mueras, una parte de ti sigue viva en tus descendientes. Mientras tus seres queridos te recuerden seguirás en este mundo, formarás parte de él y vivirás en ellos.

Los hombres no tienen el instinto paternal tan definido como las mujeres, pero aún así qué hombre no sueña con que su retoño, ese que está en el vientre de su esposa, sea un varón. Ponen como excusa que quieren un heredero, ¿es que las mujeres no tienen derecho a heredar?

La respuesta es otra muy diferente, el hijo varón lleva los genes masculinos de su progenitor, existe esa relación viril entre ambos y cuando el más viejo muera, el sucesor tomará su puesto y así vivirá en él. La única razón es la propia supervivencia.

También se dan casos de familias enormes. Hay etnias, razas, religiones y nacionalidades que se caracterizan por tener una gran descendencia. El motivo es muy claro, tú das vida y crías a tus hijos y ellos te devuelven el favor trabajando para ti y cuidándote cuando seas mayor y no te puedas valer por ti mismo. Resulta egoísta pero es así.

Mi opinión acerca de formar una familia es bien diferente. Yo tengo ese instinto maternal desde muy temprana edad pero a los quince años un acontecimiento cambió mi concepto de ser madre. Pretendo tener hijos, quizás a uno de ellos lo pariré yo misma, pero al resto los parirán otras mujeres que por un defecto en su código genético, o por injusticias de la vida, se verán obligadas a abandonar a sus descendientes. Esas madres vivirán en mis hijos, pero cuando yo muera también viviré en ellos, porque formados en mi vientre o no serán míos, serán mis hijos y les habré proporcionado todo el cariño y el amor que merecen unos hijos. Les habré facilitado una educación en base a mis ideas. Les habré infundado unas normas morales propias de mi conciencia. Habremos compartido experiencias. Habremos reído juntos. Habremos disfrutado de la vida que nos ha sido regalada. Y el resultado seré yo misma y guardarán mi recuerdo en alguna parte de sus memorias.

Estoy convencida de ello y por eso quiero adoptar. Iré en contra de familiares, de vecinos, de amigos, pero a un hijo no se le puede abandonar. Los míos aún no han nacido, pero su llanto se hace cada vez más fuerte y ninguna madre en el mundo debería ignorar su llamada.

Comprendo ciertos motivos disuasorios pero no los comparto. Me han pretendido convencer de que si tu hijo natural se convierte en un delincuente, un rebelde o no te respeta, lo asumes, porque es tu hijo. Pero si por el contrario el que sale “rana” es el adoptado entonces ya no lo asumes, comienzas a preguntarte si no habría sido mejor no adoptarlo, si no hubieses elegido a él, si no a la niñita de ojos azules que estaba en la cunita de al lado. Pero te “ha tocado” el peor. Como si de un electrodoméstico con fallos de fábrica se tratase.

Estas personas no comprenden que los hijos son el reflejo de los padres, paridos por una u otra madre siempre van a actuar conforme a su entorno, tomarán como ejemplo a sus tutores y esos son los que “tocan”, los que salen o no “ranas”.

Hay muchos niños en el mundo que viven con la esperanza de encontrar un hogar donde se les quiera y atienda como para que nos pongamos a parir y los ignoremos completamente.

Nunca más deberíamos oír: “Tengo dos hijos y una hija adoptiva”, sino, simplemente: “La vida me ha proporcionado tres hijos maravillosos”.

sábado, septiembre 16, 2006

El vecinito de al lado

Hace unos días decidí dar uno de esos paseos que todos deberíamos realizar al menos una vez al mes. Me levanté al alba y caminé hacia la playa. Es interesante pasear por la ciudad cuando ésta duerme. Se trata de un lugar diferente. Una dimensión diferente. El reloj pierde su protagonismo y las personas se saludan al pasar. Esto es lo que mi abuelo paterno llamaba “educación”, palabra que hoy en día conocen muy pocas personas. Educación para levantarte de tu asiento en el autobús y dejar que un señor mayor lo ocupe; educación para saludar al entrar en algún establecimiento; educación para echarte a un lado de la acera y permitir que la persona que viene en dirección opuesta pueda pasar. Algo que los jóvenes de hoy desconocen, tal vez porque sus padres no se lo han enseñado, aunque tener educación no significa que no puedas ser a la vez un perfecto canalla.

Deambulaba con esas reflexiones en mi cabeza cuando algo hizo que me detuviese en seco. Un sentimiento, un recuerdo de mi niñez afloró de repente. La niña que soñaba con el vecinito de al lado se encontraba descalza, el mar bañaba sus tobillos, y la brisa marina, fresca y sin olor a loción solar, impregnaba su piel de sal. El único rumor el de las olas acariciando la orilla y el alboroto de las gaviotas que sobrevolaban una traíña. Abrí los ojos y los tibios rayos del sol iluminaron esa misma estampa que guardaba escondida en mi memoria. La playa desierta, algunos pescadores reparando las redes extendidas en la arena, otros tirando del copo en el rebalaje y el silencio, el silencio armónico.

Pero el encantamiento duró poco, cubetas llenas de peces diminutos saltaban velozmente de mano en mano y decidí que era hora de marcharme de aquel lugar.

Me dirigí al centro y desayuné en la terraza de una célebre cafetería del casco antiguo. En una calle llena de recuerdos históricos que se hacen presentes cuando te detienes a observar sus edificios centenarios y te transportas a aquella época. En suma, uno de esos cafés en el que los antiguos solían reunirse para debatir temas de actualidad y escuchar a los cantaores del momento, entre ellos mi bisabuelo, “El Porrilla”.

La calle estaba desierta. Sólo nos encontrábamos Stendhal y yo, bueno y el chocolate con churros, pero el trajín de los camareros, con su eterno tintineo, aportaba una nota extraña en aquella atmósfera seductora, mientras que otro recuerdo borroso intentaba abrirse paso entre tanta hermosura. El vecinito de al lado se apoderaba otra vez de mis pensamientos.

Hay quien sueña con su vecino. Y yo era una de esas personas. Eran sueños lúcidos en los que imaginaba que el hijo de mis vecinos me mandaba rosas al colegio, me recogía en una limusina y me llevaba a almorzar a París. Sueños en los que me imaginaba junto a mi vecinito de al lado, tumbados en un manto de flores silvestres, admirando las aves mientras sonaba el aria de Papageno de fondo. Yo soñaba con mi vecino de al lado. Soñaba que paseábamos entre semillas de diente de león y que cada vez que una se posaba en mi piel pedía un deseo y éste se cumplía. Yo soñaba con mi vecino de al lado, pero luego me mudé.

Había acabado de leer un capítulo de mi vida y del libro que llevaba conmigo. Alcé la vista y ahí estaba él. Mi nuevo vecino de al lado. Con éste también sueño, pero ahora más que sueños son pesadillas.

Es triste comprobar que pasas la niñez y adolescencia queriendo hacerte mayor y cuando llegas a ser adulto comprendes que nunca queremos lo que tenemos. Ahora añoro el modo en que pensaba en mi vecino de al lado. Echo de menos esas miradas inocentes que nos dedicábamos, los saludos sinceros que nos intercambiábamos y la forma que tenía de ver el mundo.

La cafetería comenzaba a llenarse de gente, gente que dormía cuando la ciudad era mágica, cuando el vecinito de al lado que llenaba mis pensamientos era aún aquel niño de ojos confiados. El hechizo volvió a romperse y decidí que era hora de marcharme de aquel lugar.

El volver a casa no es fácil cuando la ciudad despierta. Las personas vuelven a perder la educación. Nadie se mira. Nadie saluda. Los sentidos se vuelven a agudizar, pero desgraciadamente lo hacen para sortear el tráfico, evitar empujones o impedir que te roben la cartera.

Al llegar al portal tu vecino de al lado te facilita el camino y tú te transformas en Dorothy, la chica del Mago de Oz, pero en vez de baldosas amarillas sigues el camino de notas informativas. Un itinerario de papeles adhesivos avisa de que cuando el vecino de arriba riega caen gotas en su patio, que el interruptor de la luz de la escalera hay que apretarlo muy fuerte para que funcione, que la puerta del ascensor tarda demasiado en cerrarse, que los niños al jugar en la piscina forman mucho escándalo y que la vecina de al lado, cuando se ducha, canta.

Echo de menos las notas de mi anterior vecinito de al lado, también cometía faltas de ortografía, pero él sólo tenía ocho años y aquellas eran cartas de amor.

jueves, septiembre 07, 2006

¡¡Se acabó el verano!!

Cuando se aproxima el 1 de septiembre la mayoría de los españoles entran en depresión, se quejan de volver a la rutina y al trabajo. Los niños comienzan el colegio, y las actividades deportivas, y los talleres por las tardes, y las clases de baile, y las de aeróbic, y las catequesis, y las clases de refuerzo educativo y un sin fin de actividades extraescolares que no les dejan tiempo para jugar ni para molestar a sus padres.

Por eso es muy habitual ver cómo familias enteras, achicharradas por un sol cada año más nocivo, apuran hasta el último rayo antes de salir corriendo hacia el apartamento que han alquilado junto a otras tres familias más, para hacer las maletas con prisas, sin ganas, recoger de la nevera el medio kilo de embutido que les ha sobrado de los diez que llevaban para todo el mes, y acostarse a las nueve de la noche para salir bien temprano hacia sus respectivas ciudades y no sufrir atascos. Aunque el tráfico será igual de intenso a las cinco de la madrugada que a las cinco de la tarde. El problema de las retenciones reside en el mal del poblado. Una carretera es un lugar sencillo y tranquilo hasta que deciden hacerla pasar por una población. Por esta razón yo, al contrario que el resto de los españoles, deseo que llegue el 1 de septiembre. El pueblo se queda tranquilo, sereno, la gente vuelve a la calma y la policía llega incluso a escucharte.

Mi primo de diez años dice que cuando llega el verano sufro una metamorfosis. Soy igual que un mutante aparentemente inofensivo que se transforma en engendro al entrar en un vehículo. Mi cuerpo y mi mente sufren una transmutación cada vez que se encuentran dentro de un automóvil, sobre todo si soy yo la que conduce, y mi boca no cesa de proferir insultos malsonantes y groserías a todo aquel que se cruza en mi camino. Es vergonzoso, lo sé, pero es que el verano y los coches, cuando se dan simultáneamente, me producen una reacción alérgica que desemboca en diversos síntomas, como los siguientes:

El viejecillo que avanza a 5km/h ocupando los dos carriles, y sin dar opción a adelantarlo, me produce sudores fríos.

El macarra que conduce una de esas discotecas ambulantes, a las que llaman coches, llena de luces, pegatinas, plásticos y alerones multicolores, y que emana ese extraño zumbido que martillea los oídos a 140 decibelios, me produce jaqueca y dolor ocular.

El dominguero que lleva la furgoneta cargada de niños, colchonetas, barbacoas, sombrillas, toallas, la suegra, la mujer y el perro, y se para en medio de la calzada a descargar los bártulos, produciendo una cola kilométrica y desatando la ira colectiva (que en verano está a flor de piel), me produce urticaria.

Y los policías, que se supone que están para cumplir su función, que no es otra que la policial, o lo que es lo mismo, velar por el mantenimiento del orden público y la seguridad de los ciudadanos, nunca aparecen. Y quizás sean éstos últimos, a los que he bautizado como el “prurito” del verano, los que peor le sientan a mi salud.

Para explicarlo no hay nada mejor que una anécdota personal. No entiendo cómo un tipo que se salta un stop y empotra su coche contra el mío, tiene la cara tan dura como para salir de su vehículo y cantarme las cuarenta, a mí, como si fuese yo la culpable de la situación. Pero claro, según el buen hombre, donde yo debería estar es fregando los platos y no conduciendo libremente por ahí y haciendo que los buenos ciudadanos estampen la silueta de sus automóviles en mi coche…

Que si no llega a ser porque yo sí tengo educación y porque no llevo sellos en los dedos la silueta que le estampaba yo sería la de mis iniciales en la cara, para que se acordara de mí, al más puro estilo del Zorro.

Mientras ocurría toda esta aventura me convencí de que los policías al pasar las pruebas físicas no les hacen un reconocimiento auditivo. A menos de cien metros se encontraba una pareja de agentes, que saboreaban un café en la barra de un antro, y practicaban sus artes de seducción con dos simpáticas jovencitas ignorando la situación. Voy a proponer al ayuntamiento que la paga extra de verano de las fuerzas del orden sea un vale para comprar un audífono, bueno, mejor que escriban sonotone, vaya a ser que crean que se trata de un móvil de última generación...

Pues eso, entre que el buen señor pretendía hacerme ver cuál era mi puesto en la sociedad, el “prurito” que se encontraba a cien metros de distancia ajeno a todo, y la fila de coches de domingueros impacientes que no paraban de hacer sonar sus bocinas, me dio un choque anafiláctico y me desmayé. No recuerdo nada más.

Sólo sé que cuando abrí los ojos estaba en mi cama, el despertador de la radio sonaba, pero nunca me había alegrado tanto de que lo hiciera como aquel día: -Pi, pi, piiiiiiiiiiii. Son las 7:00 de la mañana del 1 de septiembre-.

miércoles, agosto 30, 2006

Estreno de sobremesa

No sé si alguna vez habréis ido al cine un domingo a las cuatro de la tarde, pero si os lo proponen negaos rotundamente. Hace unos días un amigo me invitó a ver una película que esperaba con ansia. Como los trabajadores por horas tienen los horarios que tienen, tuvimos que escoger la hora de la sobremesa, que es el único momento que mi mejor amigo tiene libre casi con seguridad. Así que cogí el auricular, marqué el número de teléfono que indicaba el panfleto del cine y me dispuse a reservar dos entradas. Respondió una taquillera, la taquillera, y con esa “dulzura” que caracteriza a toda señorita de detrás de una ventanilla me dijo:

-Multicines Los Narcisos, dígame.

No sé por qué estúpida razón tienen que nominar a los centros de ocio con nombres de plantas: Rosaleda, Alameda, Los Geranios… el que sea alérgico las lleva claras.

-¡¡Multicines Los Narcisos dígame!!

-Oh, perdone, querría saber el horario de la película esa de corsarios espadachines o piratas musculosos, vamos, de la última superproducción hollywoodiense.

-8:00, 12:00, 16:00, 20:00 y a las 24:00.

No tuve más remedio que elegir la sesión de la sobremesa ante la opción del desayuno. La verdad es que no me apetece ver vísceras colgando de la cavidad torácica de tipos peludos a esas horas de la mañana... Siete metros de tripas que llenan la pantalla... y yo con sólo un vaso de leche en el estómago. Después de tantos saltos, huidas, golpes y estocadas, la leche se te hace yogur de tantos meneos y terminas por llenar la butaca de delante de vómito con olor a requesón. Eso sí, tendrás la suerte de no manchar a nadie porque a esa hora la mayoría de los españoles están sobando. Menos el típico grupo de ancianitas que, haciendo caso a la que más oye, entran en la sala pensando que trata de rosarios religiosos en vez de corsarios peligrosos.

Eran las 15:45 cuando llegamos al multicine y fue en ese mismo instante cuando me percaté del terrible error. Oleadas de quinceañeras con trenzas y ropas multicolores se agolpaban en las taquillas con la intención de adquirir una entrada para la última peli de uno de los guaperas de moda. Comprendí que era día de estreno.

Me armé de valor y dejé que fuese mi amigo, corpulento y decidido, quien abriera paso entre el gentío, porque no había manera de avanzar en aquella mar cerrada. Por fin logramos llegar a la cola. En efecto, no cabía duda, todas las adolescentes poseídas por un ente invisible se dirigían hacia nuestra fila musitando palabras inteligibles adornadas con grititos de exaltación y risillas desvergonzadas.

Olía a progesterona por doquier y la única presencia masculina era la de mi amigo, aprovisionado hasta las trancas de golosinas diversas y la de dos acomodadores imberbes y marcados cruelmente por un acné tan eflorescente que más que granos parecían el relieve de un torcal.

Inundación de fragancias dulzonas. Niñas de escasos quince años la mar de vivaces que no dudaban en mostrar sus armas de mujer. Es increíble el poder que tiene una minifalda para conseguir que hagan la vista gorda y colar a su portadora, gratis, en la sala con más afluencia de almas de todo el multicine. Una sonrisita inocente por aquí, unos susurros lisonjeros por allá y los pobres donceles, salivilla en los labios y expresión de triunfo bobalicón en el rostro, abrían la barrera y mirándose uno al otro, victoriosos, dejaban pasar a la experimentada jovencita que con una simpática caricia en el mentón demostraba que no era la primera vez que se salía con la suya en tales menesteres.

Segundo error de la tarde, las butacas que nos fueron asignadas se encontraban situadas justo delante de la quinceañera pizpireta y de sus amigas varias. Geno, Bea, Patri, Lidia y Conchi. Me los sé, sí, y el resto de la sala también se los aprendió a base de oír a las susodichas comentar cada escena. Pero ni la lluvia de palomitas, ni las patadas en el respaldo de mi butaca y ni siquiera el ruido de las bolsas de patatas podían competir con los alaridos emanados por sus tiernas fauces cada vez que el protagonista aparecía en pantalla.

Esto es España, y si de algo me avergüenzo es de ser española en un tiempo en el que deberíamos beneficiarnos de los progresos y avances de los que disponemos, en el que deberíamos promulgar nuestra amplia y profunda historia y la riqueza cultural que poseemos y que seamos tan necios como para copiar a un país que sólo puede presumir de potencia bélica y fanatismo patriótico hacia una bandera que no representa más que la supuesta unión de un pueblo desunido y desarraigado.

Pues bien, ante tamaña situación vamos los españoles y copiamos sus insanas costumbres; como mi mejor amigo y sus manías gastronómicas, que media hora antes de la película se zampó tres hamburguesas con tanta gula que parecía que no había probado bocado hacía días y portaba su Hipermegacombo en brazos, dispuesto a ingerirlo apenas apagaran las luces. O era verdad que llevaba varios días sin comer, o quizá el sucedáneo de carne ratonil de las hamburguesas plásticas que engulló no le alimentó como es debido.

Otra manía copiada es la de las risas enlatadas. Hemos absorbido tanta carcajada electrónica que, ante cualquier estupidez, nos reímos mecánicamente. Vamos, que me tenía que haber quedado en mi casa leyendo un buen libro en vez de aguantar durante dos horas el aullido estridente de la risa de “La Geno” y sus amigas. Por no hablar de los aplausos. Aplaudir en el cine es, quizá, la mayor de las costumbres estúpidas que hemos copiado a los americanos. En los teatros los actores los agradecen, pero en los cinemas el acto de aplaudir se convierte en otra de las muchas simplezas más propias de necios que de verdaderos espectadores.

En fin, sobreviví al estreno; y estoy aquí para contarlo.

Así que si apreciáis vuestra integridad física y moral absteneos de acudir al cine en días de estreno, a no ser que la película valga realmente la pena. Aunque para saberlo no existe otra alternativa que ir a verla personalmente…

martes, agosto 22, 2006

Corazones de jabón

A veces, en la vida, hay desafíos.
A veces la edad de quien lucha no es la oportuna.
Otras veces, es el momento el equivocado.
A veces el problema es demasiado complicado.
Y a veces es la sociedad la que no quiere comprender
que en el amor sin fronteras radica el verdadero sentido de las cosas.

Os voy a contar un relato. Se trata de una historia real. Una historia que puede ocurrirle a cualquier persona, en cualquier ciudad, en cualquier país. Os quiero hablar de una historia de amor. Una historia como tantas otras, pero única al mismo tiempo, porque el amor tiene esa magia especial que hace que sea tan igual y tan diferente a la vez.

Os voy a hablar de un amor joven, fresco, discreto. Un amor que mezcla amistad, timidez, secretos, sentimientos únicos, anónimos. Pero, sobre todo, lo que diferencia a este amor del resto, es un gran sentimiento de posesión.

Amantes dominados por una atmósfera fantástica y desgraciadamente por algo más obtuso, menos armónico y más cruel: la soberanía paterna. Autoridad suprema, aderezada con toques de fervor religioso y amonestaciones denunciadas de antemano por quienes nunca han conocido el verdadero sentido de las cosas.

Dominio, detentación, abuso, poder. Es exactamente lo que abunda en esta historia y en tantas otras historias. Os quiero hablar de corazones de jabón que sobrevuelan el exterior, aislados, como burbujas herméticas de sentimientos.

Un corazón de jabón exprime el deseo de ser uno mismo en una sociedad que constantemente nos mutila las alas; en un mundo que limita nuestra personalidad hasta someternos a unas leyes impuestas por gente que se estanca en un tiempo. Por gente que no quiere abrirse a los cambios. Por quienes no progresan. Por quienes no quieren comprender el verdadero sentido de las cosas.

Esto fue lo que ocurrió con dos adolescentes, Hans y Laura.
Hans era noruego, hijo de un pastor Testigo de Jehová. Vivía con su familia en alguna parte de un pueblo de España, aunque Laura no sabía exactamente dónde. Sus padres no le permitían asistir a las fiestas, ni a las salidas y excursiones que organizaban Laura y sus amigos y ni siquiera podía ir a sus casas porque su padre decía que era pecado.

Hans acataba las normas impuestas por su progenitor, pero sólo en su presencia, y llevaba su relación con Laura en secreto para no despertar la ira de su familia. La tiranía de su padre no representaba un problema demasiado grande para él. Al menos no antes del desenlace de esta historia.

Así trascurrieron unos meses maravillosos en compañía de Laura. Se amaban, se respetaban, se complementaban. Pero un día la campanilla de casa de Laura sonó y la expresión de su cara se tornó sombría, incrédula.

Se marchaba.

Hans se iba y no volvía más.

Sus padres regresaban a Noruega y debía acompañarles.

Un beso en la mejilla, un adiós y una mirada vítrea que reflejaba destellos irisados como burbujas de jabón.

Sus corazones de disolvieron como pompas perseguidas por un niño inquieto. El hermetismo se disipó y con él se fueron los sueños. Ya no podrían volver a sobrevolar las fronteras de la ignorancia.

Muchos años más tarde he oído decir a Laura que a veces piensa en él y que por más grasa y sosa que reúna no tiene el valor suficiente para hacerlas saponificar y emulsionar las manchas de su memoria. Su corazón está lleno de burbujas diluidas que turbian palabras lejanas, borrosas:

“Perdóname, era demasiado joven y no tuve elección”.

Un corazón de jabón puede materializarse en cualquier escenario, en cualquier persona, en cualquier ciudad, en cualquier país. Existen amores extraños, difíciles, increíbles. Existen amores entre personas de nacionalidades diferentes. Existen amores entre personas de edades bien distintas. Existen amores entre personas de ambos sexos, y entre personas del mismo también.

Los que nunca han disfrutado de un corazón de jabón no ven más allá de las apariencias. Estas personas jamás entenderán que alimentar ese corazón nos hace más fuertes, nos da ánimos para seguir adelante. Quien nunca ha disfrutado de un corazón de jabón piensa que todo debe ser como dictan las normas. Pero, ¿qué normas?

Todos los que alguna vez en la vida hemos disfrutado de un corazón de jabón miramos con melancolía y emoción a aquellos que ahora poseen uno. Miramos con codicia a los ancianitos que se casan con mulatas jóvenes y ardientes porque ambos tienen su corazón de jabón. Envidiamos al ecuatoriano que se sitúa a la entrada del mercadillo, ese que sigue el son de los sonidos de su flauta con los muñones de sus piernas, porque también él tiene su corazón de jabón. Deseamos que el semáforo de la avenida cambie al rojo para que un rumano salga de entre los arbustos y nos dibuje corazones de jabón en el parabrisas lanzándonos un beso y regalándonos una sonrisa.

Los corazones de jabón trascienden las leyes del mundo real. No existe hombre capaz de disolverlos. Pero quién sabe si ya es demasiado tarde...

miércoles, agosto 09, 2006

Libertad vs. Tolerancia

Indagando en el significado de ciertas palabras he descubierto que soy racista. En realidad todos lo somos. Según el diccionario de la RAE, racista es la persona que exacerba el sentido racial de un grupo étnico, especialmente cuando convive con otro u otros. Por lo que el racismo no es malo, sino todo lo contrario. Nos permite hacer un estudio y descripción antropológicos de las razas y de los pueblos, comprobar los avances y progresos de ciertos grupos y el estancamiento de otros. ¿Qué hay de malo en exacerbar y aplaudir los avances? El color es sólo una excusa fácil para las mentes necias. Y de necios está el mundo lleno. Ya lo dijo Lope de Vega en su Arte nuevo de hacer comedias:

"escribo por el arte que inventaron

los que el vulgar aplauso pretendieron,

porque, como las paga el vulgo, es justo

hablarle en necio para darle gusto."

Es por eso que me califico como racista, porque yo discrimino a ese grupo étnico que hace distinciones por el color del pellejo. El racismo sólo posee un sentido negativo cuando la maldad humana hace acto de presencia y pretende imponer a la fuerza ese sentimiento racial.

Cada nación anima a su selección de fútbol en los mundiales, y no son considerados racistas.

-Es normal animar a los tuyos-.

Si tu hijo compite en una carrera junto con otros niños de su edad los demás padres no te miran mal si sólo lo animas a él.

-Es normal, es mi hijo-.

Pero si exacerbas el sentido racial de tu grupo étnico llueven los insultos del nubarrón social que son los no-racistas con su muletilla “libertad y tolerancia”.

Estas dos palabras son totalmente yuxtapuestas. No existe libertad con tolerancia. El muchacho de Sierra Leona que escapa de una muerte segura y atraviesa el desierto y salta vallas de seis metros arriesgando su vida sin importarle los huesos rotos y las carnes desgarradas por las alambradas, llega a España y se encuentra un mal menor, el racismo. Yo pienso que el racismo les sienta peor a los no-racistas que al chico de Sierra Leona.

Por eso, desde hace tiempo, los no-racistas pronuncian estas dos palabras en todos los informativos, debates, leyes y demás. “Libertad y tolerancia”, unidas por una conjunción copulativa. Un nexo que conecta ambos sustantivos como si de imanes se tratase. Pero yo pretendo girar los polos de estas dos palabras. Deben separarse y expresar lo que verdaderamente significan, individualmente, la una sin la otra, repeliéndose.

Aún con el diccionario de la RAE en mis manos compruebo lo siguiente:

Tolerancia:

1. tr. Sufrir, llevar con paciencia.

2. tr. Permitir algo que no se tiene por lícito, sin aprobarlo expresamente.

Lo mismo que un padre tolera que su hijo de cinco años le falte al respeto, igual que un muchacho tolera que se aprovechen de él para estar en el grupito de los más populares, o de la misma manera que una mujer tolera mil vejaciones por parte de su marido, el racista que no quiere ser tachado de tal modo se llama a sí mismo tolerante.

Tolerancia es la palabra más racista que conozco, porque tolerar significa aguantar al otro. Los no-racistas se proclaman tolerantes, es decir, que aguantan, que soportan. Soportar es una palabra negativa y entraña un cierto odio o molestia hacia algo o alguien. Por eso la palabra tolerante es negativa a su vez. Decir "yo soy tolerante" es igual que decir "soporto a los negros, chinos, indios..." y ya se hacen distinciones. Cuando hablas de los blancos no dices tolerante, aunque muchas veces hay que aguantar a vecinos molestos, hijos maleducados, madres pesadas... pero no los metemos en el saco de la tolerancia porque “son de los nuestros”.

Tengo amigos chinos. No sé por qué extraña razón a los españoles les ha dado por nombrar a las féminas de origen chino chinitas. A ellas les molesta, y las comprendo. Seguramente al negro de Senegal le molestaría también que le dijeran negrito, o al hijo de nuestro vecino Manolo, ese que viaja tanto, le molestaría que le dijesen, al pasar cerca de una jaima polvorienta en Marrakech, que tiene un bebé españolito muy mono. Ya me lo imagino:

-¡Ohhh, Abderrahim, mira qué españolito tan mono!-.

Tenemos dos opciones, imitar a los pulpos, jibias y camaleones y mimetizarnos con el grupo racial predominante, o progresar verdaderamente y demostrar que somos racistas de verdad porque discriminamos a esos que, independientemente del color, aún no comprenden que la piel sólo es un embalaje y que lo que realmente vale la pena es lo que reside dentro, que al fin y al cabo es del mismo color para todo el mundo.

Por esta razón me reitero y seguiré siendo racista hasta que no haya igualdad, sino diversidad, hasta que no haya tolerancia, sino integración. Porque integrar significa completar un todo con las partes que faltaban. Y es que es eso, somos como un puzzle. Pero algunos niños necios se han empeñado en separar ciertas piezas.

Sin embargo, me gusta creer que tarde o temprano llegará esa madre pesada a la que todos toleramos que les dirá que el puzzle les pertenece y que hay que cuidar lo que poseemos. Porque cada pieza forma parte de un todo y sin ellas ese todo permanece incompleto.